Il “Museo del Rubinetto e della sua Tecnologia” di San Maurizio d’Opaglio, è un unicum al mondo; esso affronta l’affascinante ed atavico argomento del sofferto rapporto dell’uomo con l’acqua in un percorso dal quale riemerge il cammino dell’umanità da un insolito punto di vista: la storia dell’igiene e delle innovazioni tecnologiche (di cui rubinetti e valvole costituiscono i componenti fondamentali) che hanno permesso di dominare l’elemento liquido, trasformando la cura del corpo da una pratica di lusso per pochi a fenomeno di massa.
Aperto dal 1 aprile al 30 novembre da venerdì a domenica dalle 15:00 alle 18:00
Un racconto del territorio, della sua identità produttiva e del legame storico con il mondo del rubinetto e dell’idraulica
Una manciata di disadorni casolari sparsi, racchiusi tra l'arcana dimensione della brughiera e la quiete del lago: così poteva apparire San Maurizio nel corso dell'Ottocento.
La maggior parte della popolazione di San Maurizio d'Opaglio era impegnata nelle attività agricole. Esisteva tuttavia un gruppo ristretto ma significativo d'artigiani ed esercenti, i quali, a volte alternavano il mestiere alla coltivazione della terra. Il passaggio dal proprio mestiere alla condizione di possidente e di contadino risultava una realtà abbastanza normale, come dimostrano molti casi, tra i quali, G.B.Jorio 1829, Giacomo Soldi 1833, e di Pietro Gualeja di Sazza. Questi ultimi due esercitarono il loro mestiere a Roma (1). L'attività d'osteria, infatti, era praticata soprattutto al di fuori della patria. Quanto a San Maurizio, per tutta la prima metà del secolo, non vi fu un apprezzabile sviluppo di questi esercizi.
I mestieri che più sembravano privilegiare in questo ramo di lago erano l'oste ed il calzolaio. Svolta nell'emigrazione fin dai tempi remoti, l'arte del calzolaio alimentava un flusso migratorio che si dirigeva verso le città della penisola, la Svizzera e la Francia. Infatti, San Maurizio d'Opaglio, agli inizi dell'Ottocento era uno dei centri di lavorazione del cuoio del dipartimento dell'Agogna e nel 1812 vi vennero lavorate 300 pelli di vitello, mentre la concia era dislocata nei dintorni, a Soriso, Borgosesia e Varallo Sesia.
Il calzolaio risultò comunque, nella prima metà dell'Ottocento, uno dei mestieri più diffusi ed apprezzati. Spesso i suoi praticanti furono chiamati a reggere le sorti del Consiglio della comunità e gli elenchi dei maggiorenti del comune contemplarono ben sei calzolai nel 1843, saliti a sette nel 1847 con un pellettiere, numero pari ad un terzo del totale (2). Quest'attività stimolò anche un piccolo indotto, costituito in buona parte dalla produzione di chiodi a mano, sivelli, punte di Parigi ed articoli simili. Dal 1905 al 1908, erano presenti sul lago ben cinque aziende del settore, di cui tre a Nonio, una ad Omegna e l'ultima a Crusinallo, da non trascurare era il fatto che queste ditte erano attive anche nell'esportazione delle proprie merci (3).
Queste arti portarono sia ad un blasone di una tradizione conservata attraverso i secoli, ma anche i segni di un'incipiente decadenza.
(1) Archivio del Comune di San Maurizio d'Opaglio, verbali del Consiglio comunale, 13 ottobre 1827; 10 settembre 1829; 6 ottobre 1833; 12 ottobre 1835. (ACSMO).
(2) Cfr. A. Papale, I mestieri della terra e del lago nel Seicento, "Novara", 5 (1982), pagg. 35-48; A. Rizzi, Aspetti economici e sociali di Novara e del Novarese, 1750-1870, Cattaneo, Novara 1951, pagg.23-24; ACSMO, verb., 23 luglio 1853; elenco in data 28 dicembre 1843-, 18 dicembre 1847.
(3) Cfr. L. Richter, Guida ica industriale dei circondari di Novara, Domodossola, Pallanza, Varallo, Gaddi, Novara, 1905, pag.6; Id., Guida tecnica industriale della provincia di Novara, Gaddi, Novara 1906, pagg.22-23; Id., Guida tecnica delle industrie della provincia di Novara, Parzini, Novara 1908, pag. 14.
Anche la lavorazione dei metalli fu praticata da antica data sul lago d'Orta. Si hanno attestazioni dell'attività di peltrai, stagnari e fonditori a partire dalla seconda metà del quattrocento.
Nel periodo compreso tra la fine del XVI secolo e la seconda metà del XVII, tali mestieri sono documentati anche per Alzo e Artò, paesi dai quali questi artigiani emigravano verso la Francia, tradizionale meta dei peltrai valdostani, e verso la Spagna. I fonditori girovaghi raggiunsero poi la Germania, ingaggiando una spietata concorrenza coi produttori locali.
Questo spostamento accadde attorno al XVIII secolo, ma studi più recenti consentono di anticipare il periodo almeno alla fine del XVI secolo. Gli inventari notarili della Riviera elencano tra le cose di casa: candelieri, alari, lucerne in ottone, scaldaletto e pentolame in rame, pezzi tondi o d'altra forma in peltro.
Esisteva dunque per questi artigiani la possibilità di smerciare ottoni e peltri sul piccolo mercato locale, mentre un'altra parte della loro produzione poteva trovare posizione come oggetti d'uso liturgico, quali pissidi, acquasantiere, candelieri da altare, crocifissi, lucerne a catenelle e lampade. Erano fabbricati con questa lega metallica anche boccali, bricchi, piatti, lampade comuni, scatolette, tabacchiere, posaterie ed altri beni d'uso corrente.
E' nel XVI secolo che l'utilizzo del peltro si ampliò dagli oggetti ecclesiastici a quelli d'uso comune presenti nelle case dell'emergente borghesia, come piatti, ciotole, bicchieri, zuppiere e brocche. Proprio questa diffusione degli oggetti di peltro, nell'Europa cinquecentesca, contribuì ad alimentare l'emigrazione degli abitanti del Cusio, della Val Strona, dell'Ossola e della Valsesia, verso il nord Europa e la Spagna, dove s'impegnarono come venditori ambulanti di manufatti in peltro da loro stessi realizzati.
La valle Strona in particolare, che da Omegna si apre verso nord ovest, è sede di un'antica tradizione nella lavorazione del ferro. Lo sfruttamento dei filoni di roccia ferrosa presenti nei pressi di Forno e nella montagna tra Luzzogno, Chesio e Loreglia, ebbe inizio nel 1472, come viene testimoniato da documenti della Camera ducale di Milano che, in quell'anno, inviò Ambrogio Del Prata con due esperti, per esaminare e vagliare la consistenza della miniera di Luzzogno. L'utilizzo dell'acqua del torrente Strona risultava già quindi importante allora per il sorgere, lungo la valle, d'officine per la fusione e lavorazione del ferro.
Decisivo risulterà essere l'utilizzo di questa via d'acqua, come risorsa energetica, nella seconda metà del XIX secolo, quando ad Omegna si sviluppa la grande industria siderurgica, tessile e meccanica.
Forti sono i legami della Val Strona con l'artigianato del peltro, tanto che, dal XVII al XIX secolo si può parlare di una scuola di peltrai emigrati in varie città d'Italia ed Europa.
Ad alimentare la continua emigrazione in paesi stranieri, era la pratica dell'apprendistato, che spingeva molti giovani a seguire gli artigiani peltrai e stagnai più esperti al fine di apprendere i segreti della fusione e della lavorazione dei metalli. Poteva diventare apprendista solo colui che vantasse una nascita legittima e fosse ritenuto retto e pio. Il periodo di tirocinio durava da tre ad otto anni. Se il giovane sopportava questi duri anni di pratica, il maestro gli richiedeva la realizzazione di un lavoro di prova prima di insignirlo della qualifica di lavoratore.
Uno dei primi documenti che attestano la pratica dell'apprendistato, in terra cusiana, è datato 21 maggio 1628 e riguarda una convenzione tra Bernardo Monti e Bernardino Gonnella, entrambi d'Orta, affinché il Gonnella porti con se in Spagna Battista Monti, figlio del suddetto Bernardo, "ad imparare l'arte di stagnaio per anni quattro e mezzo".
Ancora nella seconda metà dell'ottocento si usava ricorrere a questi contratti d'apprendistato, in particolare per quanto riguardava l'area d'emigrazione tedesca. Occorrevano comunque molti anni di tirocinio girovago per un giovane che avesse voluto apprendere tutte le tecniche dell'arte fusoria o entrare nella categoria dei professionisti. A testimonianza dell'attività prestata, il maestro rilasciava all'allievo un attestato o foglio informativo, munito del sigillo di maestranza.
Questi emigranti quando riuscivano ad inserirsi nel tessuto commerciale di una determinata città, tendevano a crearsi un'officina abbandonando l'ambulantato.
Tuttavia il legame con le terre del Cusio rimaneva forte e questi emigranti, non solo i peltrai, tendevano ad organizzarsi in corporazioni regionali e confraternite testimoniate dal loro impegno nel donare fondi alle parrocchie dei paesi d'origine per la costruzione di cappelle, per l'acquisto d'opere pittoriche, candelabri, altari e quant'altro servisse ad arricchire gli edifici religiosi.
Gli emigranti cusiani rimanevano lontani da casa per gran parte dell'anno e naturalmente vi erano categorie in parte legate a ritmi di lavoro stagionali, come muratori o scalpellini.
Gli emigranti gozzanesi erano soliti ritornare a casa il 24 ottobre per la festa patronale di San Giuliano. Gli uomini si ritrovavano alle osterie, dove parlavano delle loro esperienze in terre lontane. I peltrai valstronesi, durante l'inverno, tornavano dalle proprie famiglie e occupavano questo periodo di riposo fabbricando gli stampi in pietra ollare, facilmente malleabile, che si procuravano nelle cave d'Alzo.
Va, infatti, osservato come l'emigrazione cusiana e delle vallate circostanti fosse, soprattutto dal XIX secolo, per lo più stagionale; questo permetteva agli emigranti di mantenere stretti contatti con i paesi d'origine e con le proprie famiglie. Un elemento questo da tenere in considerazione al fine di comprendere la scelta di molti emigranti, quando determinate condizioni economiche e sociali lo permetteranno, di sfruttare le conoscenze acquisite per intraprendere un'attività in proprio nel loro paese, abbandonando l'emigrazione.
Nel corso del XIX secolo, i peltri vennero sostituiti da terraglie e porcellane, lavorate su scala industriale, e il loro utilizzo si ridusse all'ambito ornamentale.
Per l'ottone, invece, si aprirono nuove possibilità d'impiego industriale. Tuttavia nella prima metà dell'Ottocento, l'unico paese della parte sud-occidentale del lago, che riuscì a sviluppare in modo consistente la lavorazione dei metalli e dell'ottone fu Pogno. Il Casalis segnalò l'attività di una piccola ferriera a Berzonno (Pogno), e precisò che, nel resto del comune, in alcune fabbriche d'ottone vi sono impiegati di continuo circa trentacinque operai. Qualche anno prima qui erano state censite tre fonderie di metalli e nel 1813 risultavano occupati nel paese tre fonditori, quattro fabbri e tredici ottonai. Ci troviamo dunque di fronte ad una struttura ormai preindustriale, nella quale è facile avvertire l'influenza delle vicine fucine di Valduggia e della Valsesia.
Fondamentale fu l'apporto dell'industria molitoria, che sfruttava l'energia di rogge o torrenti. Casalis censì due mulini da grano a Lagna e cinque negli immediati dintorni: quattro sorgevano a Pella e uno a Berzonno. Una causa principale, di questa nascita artigianale ed industriale, fu data dalla presenza abbondante d'acqua, sia come materia prima per le industrie che ne abbisognavano, sia e soprattutto come fonte d'energia a basso costo, che rendeva necessaria la presenza delle prime tornerie in vicinanza delle fonti d'approvvigionamento idrico.
La disponibilità d'energia offerta dai torrenti dislocati in zona, fu senza dubbio uno dei fattori determinanti dello sviluppo industriale della rubinetteria ed è merito dei primi imprenditori locali di aver saputo sfruttare convenientemente questa risorsa.
Dal XV secolo in poi si sviluppa nel Cusio come abbiamo visto un diffuso artigianato legato alla fusione e lavorazione dei metalli. La Valsesia con le sue "fusine" lungo lo Strona ed in particolare la fonderia di campane Mazzola di Valduggia, tuttora in attività, che già nel 1475, fondeva una campana per la chiesa della parrocchia di Luzzogno in Valstrona e i peltrai, gli ottonai ed i lattonieri di quest'ultima valle e dei comuni lungo le rive del Cusio, rappresentano un'omogeneità economico-culturale di un'area nella quale la produzione e la lavorazione d'oggetti in metallo ha rappresentato per secoli un elemento comune. Questo aspetto è da tenere in considerazione nella ricerca delle origini della nascita dell'industria della rubinetteria lungo le rive del Cusio (1).
Come però osservano alcuni studiosi di storia locale (A. Torre A. Vecchi), la scarsità di fonti storiche non permette di delineare un preciso continuum tra i peltrai cusiani ed i primi rubinetti d'inizio secolo; tuttavia l'eredità di questi artigiani girovaghi, hanno importato quel Know How specifico relativo alle tecniche di fusione e lavorazione dei metalli e la loro inventiva, arricchita dalle esperienze in paesi esteri come la Germania, la Svizzera e la Francia, storicamente più avanzati del nostro in campo tecnologico ed economico, sia stata una delle precondizioni che porterà poi alla nascita della rubinetteria.
(1) Alto Novarese & VCO, supplemento al n.67 del CORRIERE DI NOVARA lunedì 18 settembre 2000.
Ad avere l'iniziativa di sfruttare industrialmente le cave in questa zona fu, nel 1847, Andrea Nobili De Toma il quale, dopo studi compiuti sul valore del marmo estratto tra il 1844 ed il 1847, fonda una società per l'estrazione del granito bianco di Alzo.
Nel 1858 si forma la prima società anonima di capitali composta da Don Giulio Ratti, un parroco di Milano, dal possidente pavese Cesare Scardini, dall'architetto Defendente Vanini residente a Milano e dall'inglese Charles Gallaund. Tuttavia mancava una manodopera locale specializzata e così la società chiamò scalpellini dal lago Maggiore e dalla valle dell'Ossola. Questo particolare è confermato da Pettinaroli Luigi (classe 1921), uno degli ultimi scalpellini ancora in vita, il quale ricorda alcuni particolari relativi al padre anch'egli scalpellino sul finire dell'800.
Secondo gli Annali di Statistica Industriale, riguardanti dati raccolti tra il 1884 ed il 1888 nella provincia di Novara, lavoravano nelle cave 850 tra cavatori e scalpellini, e 540 minatori.
Nel 1896 la società cave Granito Bianco di Pella viene divisa tra le due ditte Peverelli e Vanini.
Il lavoro dello scalpellino oltre ad essere veramente logorante, la giornata lavorativa iniziava all'alba e finiva al tramonto, "da stella a stella", ed era soggetto a numerosi incidenti.
La parte più rischiosa dell'attività era, infatti, quella del minatore: le squadre di minatori dovevano calcolare la quantità di esplosivo necessario per deflagrare la roccia, salire sulla parete, praticare un foro nella roccia e sistemare la carica. Le deflagrazioni erano di tale portata che le finestre delle case di Alzo e Pella venivano aperte per evitare che lo spostamento d'aria mandasse in frantumi i vetri; i cantieri di lavoro venivano fatti sgombrare e le vie d'accesso custodite da guardie che avvisavano, con appositi corni, l'imminente esplosione.
I massi ottenuti venivano tagliati dai pica-sas e successivamente modellati dai picheta. Gli operai più esperti erano, infatti, in grado, con appositi scalpelli, di riprodurre nella pietra qualsiasi modanatura o frastaglio, riproducendo disegni sagome e modellini.
Un flagello era invece la silicosi, malattia professionale, che colpiva una gran parte degli operai.
Si iniziava a lavorare in cava in giovanissima età, allora non c'erano altri lavori ed il terreno non dava niente: un po' di patate, granoturco e biada per gli animali.
Si lavorava fino alla vigilia di Natale e poi si stava fermi tutto gennaio e febbraio e si ricominciava a marzo.
Nel 1886, a sostegno dell'attività delle cave e della cartiera di Sonzogno di Pella, entra in funzione la linea ferroviaria Gozzano - Alzo, adibita in particolare al trasporto merci ma anche al movimento pendolare degli scalpellini e della popolazione locale. Questa breve linea ferroviaria, nata per l'iniziativa della Società delle Cave e riscattata dallo Stato nel 1887, segue nella sua storia l'andamento stesso delle cave, fino alla sua chiusura decisa nel 1922 dalla società Cusiana concessionaria del servizio.
Dei primi dati sommari, circa il numero di scalpellini occupati nelle cave di Alzo è possibile ricavarli dal primo Censimento degli Opifici e delle imprese Industriali 10 giugno 1911, dove vengono segnalate tre industrie estrattive con 27 addetti e cinque industrie per la lavorazione dei minerali con 189 addetti. Interessante notare come accanto alle più importanti società di estrazione e lavorazione del granito, come i F.lli Peverelli, i F.lli Simonetta e Defendente Vanini, sopravvivevano tante piccole imprese con pochi dipendenti.
Nel primo dopoguerra, tuttavia, l'estrazione del granito entrò in crisi la quale, libererà manodopera per la nascente industria della rubinetteria.
Lo sfruttamento delle cave di Alzo risulta quindi essere stato un momento importante nel tessuto pre-industriale, economico e sociale del basso Cusio, tanto che diversi figli di scalpellini sono stati tra i fondatori delle prime rubinetterie che hanno dato il via alla nascita di quel sistema di piccole e medie aziende, che oggi caratterizzano questo distretto industriale. Esempio ne sono la storia dei fratelli Pettinaroli di San Maurizio e dei fratelli Gattoni di Pella i cui padri erano scalpellini e che, nel secondo dopoguerra, daranno vita a due rubinetterie.
Un'analisi della realtà del lavoro nelle cave di Alzo è dato dal fatto che, prima dell'avvio dell'industrializzazione con la nascita della rubinetteria agli inizi del '900, era l'unica attività in cui fosse impegnato un grosso numero di lavoratori della zona.
L'emigrazione rappresentò l'inevitabile compensazione, sia di un'agricoltura povera e in via di dissoluzione, sia di cicli d'industrializzazione che si esaurivano nel volgere di qualche decennio e non riuscivano a formare una solida e stabile struttura produttiva. Con l'emigrazione, il Lago d'Orta, come le vicine aree della Valsesia, del Verbano e del Vergante, ritagliava il proprio posto in un antico sistema di scambi economici e in un mercato del lavoro che, dall'arco alpino, si proiettava, incurante dei confini politici, in una direzione, verso l'Europa e in un'altra verso la Pianura Padana, diramandosi fino a Roma.
Specializzazioni e destinazioni di questi remoti flussi migratori sono note. Cercavano lavoro fuori del paese i calzolai e i carbonai di Artò. I peltrai di Pogno raggiungevano la Germania, mentre gli osti di Pogno, Pella, Boleto, Isola di San Giulio e San Maurizio si recavano in Spagna, a Milano, a Roma.
L'emigrazione tradizionale era sostenuta dall'appoggio e dalla solidarietà dei compaesani che avevano raggiunto in precedenza i centri di destinazione dei flussi. Il loro apporto poteva essere utile nei momenti di difficoltà, per trovare lavoro, per l'acquisto delle materie prime, per inserirsi nel tessuto di relazioni sociali e negli spazi di mercato ivi esistenti.
In ogni caso, la consistenza di quest'emigrazione preunitaria non va esagerata, perché era condizionata da un popolamento limitato, da un'economia preindustriale e di conseguenza, da una domanda e da consumi che restavano scarsi e ristretti anche per prodotti e servizi non di lusso.
Il periodo lontano da casa poteva variare da una decina di mesi, per l'emigrazione stagionale, a uno o più anni per le destinazioni più lontane dell'emigrazione temporanea. Milano era una delle destinazioni più importanti dell'emigrazione preunitaria. I legami con la terra lombarda erano di antica data e riprova di questa stretta unione, basta ricordare che trascorsi molti anni dall'arrivo dei Savoia, a San Maurizio veniva usata la moneta milanese e la stessa comunità nel 1825 effettuò pagamenti con questa moneta.
L'emigrazione svolse quindi una funzione importantissima nel percorso esistenziale degli abitanti della Riviera. Seppure causato dalla scarsità delle risorse, l'espatrio non necessariamente riguardava i più poveri della comunità, anzi l'allontanamento da casa richiedeva doti di perspicacia e d'abilità, spirito d'adattamento, intraprendenza e a volte una minima base finanziaria.
Si trattava di raggiungere paesi lontani, parlare lingue straniere, conoscere abitudini diverse, conseguire una specifica professionalità, insomma bisognava disegnarsi un progetto di vita faticoso e complesso.
Per questi motivi l'esperienza migratoria iniziava da giovanissimi, prima del raggiungimento dell'età del servizio di leva. Si rendeva necessario, in questo caso, il versamento di una cauzione per ottenere l'autorizzazione ad oltrepassare i confini del regno.
Le correnti migratorie rimasero consistenti anche all'inizio del 1900. Si trattava di una nutrita emigrazione stagionale che si concludeva con il rientro ai rigori dell'inverno.
Importanti giacimenti di granito si trovavano in Europa, nella Foresta Nera, in quella Bavarese, nei Vosgi e in America settentrionale. Le principali mete degli scalpellini furono dunque Barre, nello stato nordamericano del Vermont; la Svizzera; Waldhum, Obrchih, Forbach, Bulhertal, in Germania, infine la Francia e l'Egitto.
Tra le altre categorie di operai emigranti troviamo i calzolai, che s'indirizzavano verso Losanna, e le squadre di mondine che da San Maurizio si recavano a San Pietro Mosezzo (1), senza ovviamente dimenticare i peltrai già ampiamente documentati.
Quanto esposto traccia in maniera molto limpida la povertà di questi centri cusiani fino agli inizi del secolo, l'unica forma di sussistenza che meglio poteva garantire un minimo di successo era l'emigrazione stagionale in paesi più sviluppati e più industrializzati.
Si stava però cullando all'interno di questi centri quel know-how che presto avrebbe portato alla nascita del più importante distretto industriale della rubinetteria di tutta Italia.
(1) Cfr. "L'Aurora", 1 agosto 1907; 25 dicembre 1909; 20 agosto 1910; "Il Lavoratore", 24 agosto 1907 e 28 novembre 1908; M.Bonini, A.Fantoni, Raccolta di canti popolari del Cusio, "Lo Strona", 2 (1977), pag.23.